La dieta ideale per l’uomo….. (Dieta Energia Alta)

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fragole-300x216I vari nutrizionisti, eseguendo test, analisi chimiche e ricerche di laboratorio, ci dicono come dovremmo nutrirci: ad esempio quanto calcio dovremmo assumere giornalmente, quali vitamine, quante proteine, omega 3, ecc.. E così le persone più interessate alla propria salute cercano di informarsi e di mettere in pratica quanto leggono, tentando di consumare tutti i cibi consigliati, nelle giuste quantità, non omettendo di assumere i vari supplementi, integratori, polveri, pillole, in modo da essere sicuri di non incorrere in alcuna carenza.

E questo porta all’idea di “dieta equilibrata”… che nessun animale, che si trovi allo stato naturale, segue!

Come si può sapere allora ciò che dovremmo mangiare? Sembra che solo gli esperti di laboratorio possano dircelo. La nutrizione sembra un argomento così complicato… infinite teorie, così contrastanti, infinite conoscenze da acquisire…

Eppure, per gli animali in natura, il fatto di nutrirsi non è per niente complicato!

Essi si cibano di ciò che la Natura ha predisposto per loro, allo stato crudo, non manipolato in alcun modo. Ci sarebbe da chiedersi come mai l’uomo non faccia più altrettanto!

D’altro canto gli antropologi cercano di darci una mano a risolvere la questione formulando ipotesi, basate sulle loro scoperte, riguardo al cibo di cui l’uomo si sarebbe nutrito per milioni di anni prima dell’invenzione del fuoco e della nascita dell’agricoltura, in modo da individuare il nostro regime dietetico originario, quello che Madre Natura avrebbe stabilito per la nostra specie.

Per esempio il grande igienista australiano Ross Horne, nel suo bestseller, “Improving on Pritikin”, cita le conclusioni dell’antropologo Dr. Alan Walker (9), il quale riferisce che alcuni scienziati hanno dimostrato, attraverso l’esame dei denti fossilizzati appartenuti ad esemplari delle prime creature umane e pre-umane, che la nostra linea ancestrale si è evoluta, anatomicamente e fisiologicamente, seguendo una dieta composta principalmente di frutta. E siccome, prosegue Horne, il corpo umano non è cambiato, né in senso anatomico né in quello fisiologico, in tutti i milioni di anni della nostra evoluzione, si può assumere che questa dieta sarebbe ancora oggi la più adatta a noi.

Ma anche nel campo evoluzionistico, come ovunque, vi sono molteplici teorie, talvolta contrastanti, che suggeriscono ovviamente differenti deduzioni. C’è chi sostiene che l’uomo sia nato onnivoro (cacciatore e raccoglitore dei vari frutti, semi e foglie presenti in natura) e che quindi dovremmo mangiare un po’ di tutto, cioè carne, pesce, latte e formaggi, cereali, legumi, frutta e verdura. Bisognerebbe, in questo caso, tenere comunque presente che latte e derivati, e cereali, sono apparsi solo recentemente nella storia evolutiva dell’uomo, poiché la nascita dell’agricoltura è avvenuta circa 10000 anni fa, e con essa anche l’inizio dell’allevamento di animali e quindi la disponibilità di latte.

C’è invece chi asserisce che l’uomo non si sia cibato di carne in origine, se non in condizioni di emergenza, e che la dieta più appropriata dovrebbe quindi essere quella vegetariana, a base di vegetali (frutta, verdure, legumi, cereali) e prodotti di origine animale, che non ne comportino però l’uccisione (uova, latte e derivati).

C’è chi, sulle stesse basi, sostiene che dovremmo seguire una dieta vegana, che esclude qualsiasi prodotto di origine animale, perciò anche uova, latte e derivati.

Altri ancora dichiarano che la dieta a noi più consona, quella originaria con cui l’uomo si sarebbe evoluto, è quella fruttariana, a base cioè di sola frutta, come descritto precedentemente.

E infine c’è chi sostiene che l’uomo nasce come animale frugivoro, mangiando cioè solo frutta, foglie e semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, arachidi, semi di lino, di sesamo, di girasole, di zucca, ecc.) e perciò è a questo regime alimentare che dovremmo attenerci.

Ora, a prescindere dalle varie ipotesi, quando milioni di anni fa i nostri antenati primordiali fecero la loro comparsa sul pianeta, inevitabilmente, come ogni altra specie animale, dovevano essere dotati di un proprio “software” originario di sopravvivenza. Ossia, ogni specie avrà avuto le proprie caratteristiche ben definite, sia anatomiche (riferite quindi alla forma del corpo) che fisiologiche (riferite alla funzione) e comportamentali, così come avrà avuto le proprie specifiche abitudini alimentari. A tutt’oggi sembra che non vi siano stati cambiamenti di rilievo nel tipo di dieta seguita dalle varie specie di animali in natura, uomo escluso: i carnivori continuano a nutrirsi prevalentemente di carne, gli erbivori di erba e piante, i granivori di grani, i frugivori di frutta, bacche e foglie, gli onnivori di carne e vegetali, ecc..

E allora, in quale categoria dovremmo includere l’uomo?

Beh, sicuramente, se osserviamo la situazione attuale, definirlo onnivoro potrebbe sembrare addirittura riduttivo, visto che non vi è nulla che NON(!) mangi, riferito sia a cibi più o meno naturali che ai cosiddetti “cibi spazzatura” (merendine monodose, patatine fritte, gomme da masticare, dessert, hamburger, bibite sintetiche, caramelle, ecc., tutti prodotti ricchi di calorie, conservanti, coloranti e sostanze chimiche).

Ma se è vero che l’alimentazione attuale dell’uomo può ritenersi largamente responsabile di innumerevoli malattie (peraltro in costante aumento sia come numero, sia come percentuale di persone colpite e sia nell’abbassamento dell’età in cui tali patologie si manifestano), e che tali malattie non sono riscontrabili negli animali che vivono allo stato naturale, forse si potrebbe ipotizzare che l’uomo si sia allontanato da ciò che la Natura aveva originariamente predisposto come suo “software alimentare originario”. Potrebbe essere che la scoperta del fuoco abbia portato a rendere più appetibili, e quindi a consumare, cibi che non erano destinati all’uomo, o che comunque non lo erano in forma cotta?

Sicuramente nessun animale, allo stato naturale, si è mai cibato di alimenti cotti e tanto meno l’uomo, prima dell’invenzione del fuoco.

È possibile forse che l’abbandono delle zone tropicali in cui la vita dei nostri predecessori ha avuto inizio e che erano abbondanti di frutti e foglie, ci abbia indotto a modificare le nostre abitudini alimentari? Oppure che migrazioni di massa dovute a stravolgimenti naturali quali glaciazioni, interglaciazioni (ritiro dei ghiacciai e avvento di climi più caldi), periodi di forte inaridimento climatico, diluvi, carestie, guerre, ecc., ci abbiano sospinto ad adattarci a condizioni non ideali alla nostra sopravvivenza e a consumare quindi cibi non destinati alla nostra specie, per esempio a nutrirci di cibi cotti, a consumare cereali, ad alimentarci di prodotti tipici dell’allevamento (latte) a inventare nuovi cibi (formaggi e salumi)?

E soprattutto, per tornare al giorno d’oggi, è possibile che la manipolazione dei cibi abbia creato un totale stravolgimento delle nostre esigenze/abitudini alimentari? (Sicuramente risulta difficile immaginare l’uomo primitivo alle prese con pastasciutta, pane, formaggi, salumi, brioche, biscotti, cioccolato, bibite, latte, vino, liquori, sigarette, caffè, droghe, fast food, ecc.!) Se così fosse, allora si potrebbe provare a “resettare” tutto, cercando di ristabilire il nostro regime dietetico elettivo e con esso, naturalmente, la nostra salute.

Analizziamo le varie possibilità.

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SIAMO CARNIVORI?

Gli animali carnivori, in realtà, differiscono da noi sia a livello anatomico sia fisiologico, biochimico e psicologico. Essi infatti, per esempio, “salivano” (l’equivalente della nostra “acquolina in bocca”) alla vista della preda e non si accontentano di mangiarne solo alcuni tagli, per lo più cucinati, come fa l’uomo, ma ne mangiano le carni crude direttamente dalla carcassa, con gusto, leccandone il sangue ancora caldo e gli altri fluidi con piacere, oltre a frantumare e ingerire le piccole ossa e le loro cartilagini.

Al contrario molti di noi amano gli animali e sicuramente non ci viene l’acquolina in bocca all’idea di ammazzare un coniglio a mani nude e affondare i nostri denti dentro le sue carni. Così come penso che la maggior parte di noi inorridisca al pensiero di mangiarne uno appena morto, ancora fresco, crudo e sanguinante, masticandone ossa, cartilagini, visceri, pezzi di grasso, nonché peli e parassiti che inevitabilmente li accompagnano, e tanto meno ami succhiare il loro sangue e sbrodolarsi viso, mani e corpo. Questi comportamenti non fanno parte della nostra natura, non si attagliano ai nostri concetti di gentilezza e compassione. Non esiste nessun modo “umano” di uccidere un’altra creatura, di qualsiasi specie si tratti.

Se vogliamo entrare nel merito delle differenze anatomiche tra noi e gli animali carnivori, tanto per citarne alcune, siamo diversi nel modo di camminare (siamo bipedi e non quadrupedi), non abbiamo la coda, la nostra lingua è liscia e non ruvida, non abbiamo artigli per lacerare la pelle e le carni della preda, bensì pollici opponibili che ci permettono, ad esempio, di raccogliere in pochi istanti frutti a sufficienza per un pasto. Abbiamo solo un paio di ghiandole mammarie sul petto, a differenza delle molteplici paia sull’addome dei carnivori, dormiamo circa un terzo del ciclo di 24 ore, mentre i carnivori dormono e riposano per 18-20 ore al giorno. La maggior parte dei carnivori può digerire microbi che sarebbero mortali per noi, come quelli che causano botulismo (malattia dovuta a intossicazione alimentare che conduce a paralisi muscolare progressiva).

Noi sudiamo attraverso i pori di tutta la pelle mentre i carnivori solo dalla lingua. I carnivori possono fabbricare la loro vitamina C mentre noi dobbiamo assumerla col cibo. Il nostro movimento laterale della mascella ci permette di frantumare il cibo, caratteristica unica degli animali che si nutrono di cibi vegetali, mentre i carnivori non hanno la masticazione laterale. I molari dei carnivori sono appuntiti e affilati mentre i nostri sono principalmente piatti, per ridurre in poltiglia il cibo.

Tutti gli esemplari di animali che si nutrono di vegetali, compresi gli uomini se sono sani, hanno saliva e urina alcaline, mentre esse sono acide nei carnivori ed inoltre mentre questi ultimi prosperano con una dieta di cibi acidificanti, tale dieta è molto nociva, se non letale, per l’uomo perché lo predispone ad un’ampia gamma di stati patologici.

Il pH dell’acido cloridrico (che permette di digerire le proteine animali) dei carnivori è almeno 10 volte maggiore del nostro ed inoltre i carnivori secernono un enzima chiamato “uricasi” che può degradare l’acido urico derivante dalla digestione della carne mentre noi, non possedendolo, dobbiamo ricorrere a minerali alcalini che ne neutralizzino l’acidità (prevalentemente usiamo il calcio, che viene prelevato dal nostro scheletro). Come conseguenza si formano i cristalli di acido urico (che sono solo uno dei tanti inconvenienti derivanti dal nutrirsi di carne), che danno origine, o contribuiscono, all’insorgere di gotta (infiammazione molto dolorosa a livello articolare che può evolvere in forme di artrite cronica deformante), artrite, reumatismi e borsiti. Inoltre, i depositi di cristalli di acido urico possono anche formarsi nei reni, causando calcolosi renale, oppure nel tessuto sottocutaneo, con la formazione di noduli. (L’acido urico viene normalmente filtrato dai reni ed eliminato con l’urina, ma se presente in quantità eccessiva nel sangue, i reni non riescono ad eliminarlo tutto e così si formano dei cristalli aghiformi insolubili – detti anche cristalli di urato – che si depositano nel fluido attorno alle articolazioni, provocandone l’infiammazione).

I nostri enzimi digestivi sono invece attrezzati per la digestione della frutta, grazie alla “ptialina” (o amilasi) contenuta nella saliva. Inoltre, mentre glucosio e fruttosio (gli zuccheri della frutta) forniscono carburante alle nostre cellule senza affaticare il pancreas (a patto di consumare pochi grassi nella dieta, come vedremo più avanti), i carnivori possono contrarre il diabete se la loro dieta è predominata da frutta.

Infine, per tutti coloro che, anche considerate tutte queste differenze anatomiche e fisiologiche, insistessero nel volersi nutrire di carne, vi è un’altra differenza fondamentale di cui tenere conto.

Infatti, mentre il nostro tratto intestinale misura all’incirca 12 volte la lunghezza del nostro torso, il che permette l’assorbimento lento di zuccheri ed altri nutrienti contenuti nell’acqua della frutta, quello dei carnivori misura solo 3 volte circa la lunghezza del loro torso e questo per evitare che la carne vada in putrefazione all’interno dell’animale.

E nonostante le secrezioni fortemente acide, degli animali carnivori, per digerire ed assorbire la carne mangiata, nonché la ridotta lunghezza del tubo digerente, le loro feci dimostrano la putrefazione delle proteine e l’irrancidimento dei grassi. Facile immaginare cosa succede nel nostro intestino, quando ci cibiamo di prodotti animali!

Un’ obiezione può nascere spontanea: “Ma anche se fosse vero che l’uomo non era originariamente carnivoro (o comunque onnivoro), bisogna pur considerare che essendosi nutrito di carne per così tanto tempo, avrà sicuramente sviluppato un adattamento tale per cui la carne deve essere ora parte imprescindibile della sua dieta!”.

A tale proposito cito un’interessante osservazione del Prof. Armando D’Elia (punto di riferimento scientifico e pioniere del vegetarianesimo italiano), che nell’articolo “Fruttariani” (1), asserisce: “Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea,

assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo: ciò dimostra che l’alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo.”

Un’ulteriore riflessione personale: l’uomo è il più intelligente di tutti gli animali e credo che potrebbe sfruttare questo dono per aiutare i suoi simili, umani e non, a vivere al meglio, nella maggiore armonia possibile. Se è vero, come sostengono taluni, che in natura “pesce grande mangia pesce piccolo”, per indicare una legge naturale di sopravvivenza, è anche vero che l’uomo ha sviluppato una consapevolezza maggiore di quella di tutti gli altri animali, che non si trova più in natura e che, salvo casi eccezionali, ha tutte le possibilità per nutrirsi di tutti i cibi che vuole senza dover ricorrere all’uccisione dell’animale.

Oltretutto, nella grande maggioranza dei casi, aborriamo l’idea di ammazzare personalmente l’animale, così pure come la vista e l’odore del macello e dobbiamo delegare qualcun altro a uccidere in nostra vece, in quanto la maggior parte di noi, se dovesse togliere la vita all’animale in prima persona, dovendo assistere al suo terrore prima della morte, smetterebbe di mangiare la carne all’istante.

Inoltre dobbiamo mimetizzare la carne animale mangiandone solo alcuni “tagli” del muscolo e di alcuni organi, nonché cucinarla e camuffarla con condimenti. Diciamo che il nostro “gustare una bella bistecca” si è fermato, fino ad oggi, al solo piacere sensoriale (ottenuto comunque con cottura e condimenti), senza fino ad ora riflettere su ciò che questo comporta in termini di crudeltà gratuita e disumanità.

Ma questo è l’iter attraverso cui tutti quanti, anche chi come me è diventato vegano, sono passati. Magari non abbiamo mai riflettuto abbastanza su quanto letto finora, magari fino ad oggi non ce la siamo sentita di effettuare il cambiamento di un’abitudine così inveterata, forse non abbiamo avuto la forza di opporci al modo di pensare e di nutrirsi di chi ci sta intorno, non abbiamo avuto il coraggio di erigerci ad esempio e abbiamo preferito seguire la massa.

Oppure abbiamo temuto di incorrere in qualche carenza nutrizionale privandoci di un’alimentazione a base carnea, o di non potere prosperare fisicamente in termini di vigore, salute ed estetica, come ognuno di noi giustamente si augura o, ancora, che diventeremmo anemici se ce ne privassimo, ecc..

Mille possono essere le motivazioni ma… c’è sempre tempo per un cambiamento che, fra le altre cose, non può che giovare enormemente alla nostra salute, fisica, mentale e spirituale.

Una delle principali ragioni addotte, a sostegno della propria scelta, da chi si ciba di carne, è che la carne è la fonte migliore di proteine nobili, di cui abbiamo bisogno per la nostra crescita muscolare. Ebbene sembra che questa idea, sempre più radicata, secondo cui per costruire i propri muscoli si debba ricorrere a massicce dosi di carni animali, non sia fondata, basti pensare ad esempio alla splendida muscolatura dei cavalli, che si nutrono principalmente di fieno, oppure alla massiccia ed imponente muscolatura dell’elefante (pure erbivoro).

Ogni specie è stata predestinata a prosperare con il proprio tipo di alimentazione specifica, uomo compreso, e a trasformare, tramite il proprio sistema digerente, il suo cibo elettivo nei costituenti di cui ha bisogno. Così come ad esempio il cane e il gatto possono mangiare i cibi tipici di cui si nutre l’uomo, tipo pasta o pane o biscotti, ecc., ma finiranno inevitabilmente per deteriorare la loro salute e contrarre malattie più o meno gravi, anche l’uomo può sopravvivere nutrendosi di cibi non idonei alla sua specie, ma con le inevitabili conseguenze.

L’analisi comparativa evidenzia che l’uomo ha caratteristiche anatomiche e funzionali completamente diverse dagli animali carnivori. E quindi sembra che la motivazione riguardante le “proteine nobili” sia fuorviante, sia dal punto di vista di una corretta alimentazione, sia perché il fabbisogno proteico dell’uomo non è assolutamente quello che è stato finora astutamente asserito, al fine di convincerlo a consumare prodotti animali, bensì molto inferiore.

In più, oltre ad essere stato provato che l’eccesso di proteine animali è alla base di quasi tutte le malattie odierne, bisogna considerare che la cottura della carne provoca la denaturazione delle proteine, rendendone gli aminoacidi che le costituiscono, parzialmente o totalmente inservibili. Questa è la ragione per cui esse sono riconosciute dal corpo come elementi estranei e quindi vengono isolate ed eliminate, senza essere usate minimamente, a scapito di un superlavoro di fegato e reni che porta a molteplici patologie. Per di più i grassi presenti nella carne sono senza dubbio i peggiori, ricchi di acidi grassi saturi e, una volta cotti, sono responsabili di malattie degenerative, dall’ipercolesterolemia all’infarto cardiaco, al cancro.

Un altro fatto su cui riflettere è che successivamente all’uccisione dell’animale si manifesta il “rigor mortis”, cioè la rigidità cadaverica, e i muscoli dell’animale si irrigidiscono. Questa è la ragione per cui i macellai devono talvolta aspettare alcuni giorni, se non settimane, per la “frollatura”, cioè l’ammorbidimento progressivo delle carni, che è l’anticamera della putrefazione. In questa fase si possono formare sostanze tossiche, a cui si aggiungono l’acido lattico, emesso durante l’irrigidimento, e altre tossine prodotte dall’animale per la paura della morte imminente, nonché le sostanze calmanti che gli sono state somministrate per renderlo meno nervoso prima dell’uccisione.

Farmaci, antibiotici (somministrati non solo a titolo antinfettivo, ma anche per aumentare l’assimilazione del foraggio da parte dell’animale e accelerarne la crescita), mangimi chimici, colesterolo causato dallo stile di vita sedentario a cui sono obbligati gli animali di allevamento: sono tutte sostanze che andranno a gravare sul nostro fegato. Inoltre la carne, essendo priva di fibre come tutti i prodotti animali, necessita di un lungo transito intestinale, che favorisce una lunga permanenza di feci nel colon, con conseguente putrefazione batterica e rischio di cancro. (2) Ma proseguiamo con la nostra analisi.

SIAMO ERBIVORI?

Gli erbivori si cibano di erba, foglie, gambi e steli: è il loro cibo naturale. Ma noi, diversamente da loro, non abbiamo le “cellulasi” ed altri enzimi per digerire queste piante, per cui, pur cibandocene, esse non possono costituire il nostro cibo primario, perché non possiamo da esse assumere ciò che più ci necessita, vale a dire gli zuccheri semplici, che sono il nostro carburante.

Sebbene le verdure contengano proteine, alcuni acidi grassi essenziali, vitamine, sali minerali e alcuni zuccheri semplici e costituiscano un ottimo supplemento per la nostra dieta, tuttavia esse non possono costituire il nostro cibo principale, anche perché, trattandosi di cibo ipocalorico, per soddisfare il nostro fabbisogno calorico giornaliero dovremmo passare tutto il tempo a mangiare e il dispendio energetico per la loro digestione sarebbe enorme. Consumate al loro stato naturale, cioè crude, l’uomo può digerire tranquillamente le verdure a foglia tenera (insalata, spinaci, ecc.), mentre per quanto riguarda le crocifere (broccoli, cavoli, cavolfiori, verze, barbabietole), poiché sono vegetali duri, hanno un alto contenuto di fibre insolubili difficili da digerire. Ovviamente non siamo erbivori, anche perché questi ultimi sono dotati di ben 4 stomaci!

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E I CIBI A BASE DI AMIDI?

I cibi a base di amidi possono essere suddivisi in 3 categorie: cereali (i semi delle piante), radici e tuberi, legumi.

Cereali: (Grano, riso, avena, segale, orzo, miglio, mais, ecc.). Molti uccelli si nutrono di cereali (la cui coltivazione si è sviluppata su scala più grande soltanto con l’inizio dell’agricoltura, quindi solo da circa 10000 anni nella storia evolutiva dell’uomo) e prendono il nome di granivori.

I cereali allo stato naturale, crudo, non possono essere digeriti dall’uomo e anche cotti richiedono un notevole sforzo digestivo per scomporre i carboidrati complessi in essi contenuti. Diversamente, gli uccelli possiedono un gozzo, ossia una borsa nel loro esofago, dove i grani ingeriti possono germogliare, diventando digeribili.

A causa del loro pesante contenuto amidaceo i cereali allo stato crudo, per esempio i chicchi di grano, ci intaserebbero anche se ne ingerissimo solo uno o due cucchiai, completi di guscio; e anche un cucchiaio di farina cruda di qualsiasi cereale produrrebbe lo stesso effetto, perché è troppo asciutta.

E così, anche se la maggior parte della razza umana attuale consuma cereali e amidi, dovremmo considerare questo cibo come non adatto per la nostra specie. Infatti, allo stato naturale, non attrae il nostro occhio, non stuzzica il nostro olfatto né eccita il nostro palato, a differenza per esempio della frutta, il che sta a indicare che non eravamo granivori prima dell’uso del fuoco.

Radici e tuberi amidacei: gli animali designati a nutrirsi di tali cibi hanno proboscidi per scavare e dissotterrare, a differenza dell’uomo che, oltre a non essere anatomicamente attrezzato per il compito, non troverebbe sicuramente di suo gusto i cibi che si trovano sotto terra, solo alcuni dei quali possono essere digeriti. Sebbene rape, patate, barbabietole, carote possano essere mangiate crude, la maggior parte delle volte esse vengono cucinate e se l’uomo si trovasse allo stato naturale, primitivo, senza apparati per la cottura né attrezzi adeguati per dissotterrarle, queste verdure, tra l’altro piene di terra, avrebbero ben poco fascino se comparate alla frutta, in ogni caso più facilmente fruibile.

Legumi: uccelli e maiali si nutrono di legumi, mentre per l’uomo questi, se crudi, non solo non sono gradevoli, ma sono addirittura tossici, a meno che non vengano consumati prima della maturazione, quindi come germogli, ma in ogni caso la loro composizione non sembra essere congeniale all’uomo.

I legumi vengono decantati per il loro alto contenuto proteico ma, come vedremo più avanti, questo non è un vantaggio per l’uomo ed inoltre, parimenti a carne, formaggi e uova, queste proteine sono ricche dell’aminoacido metionina, che contiene quantità eccessive di zolfo, che a sua volta è un minerale acidificante (e l’acidità deve essere neutralizzata dal calcio prelevato dallo scheletro). (3)

Inoltre la grande quantità di carboidrati, sommata all’alta percentuale di proteine (entrambi presenti nei legumi), complica la digestione provocando fermentazione dei primi, con sviluppo di gas, che è un’indicazione che la digestione è stata compromessa. La mancanza di vitamina C, essenziale per l’uomo, fa di questo alimento un cibo scarsamente nutritivo.

Per riassumere, sembra che i cibi amidacei, di qualunque natura, non siano adatti all’uomo, perché oltre a non essere soddisfacenti da un punto di vista nutrizionale e a non costituire, nel loro stato naturale, fonte di attrazione per i nostri sensi (da un punto di vista visivo, olfattivo e gustativo), noi non abbiamo comunque abbastanza amilasi per digerirli. Infatti, possediamo solamente un po’ di ptialina nella saliva (più che altro sufficiente a digerire piccole quantità di amidi come quelli che si trovano nella frutta non completamente matura) e piccole quantità di amilasi pancreatica, per una limitata digestione degli amidi negli intestini.__

CIBI FERMENTATI

Devo premettere che, come ripeto, questo libro è frutto di un lavoro di ricerca e documentazione effettuato abbastanza recentemente, cioè da quando ho iniziato a seguire la DEA, e che quindi, pur essendo vegetariano da tanti anni, anche io mi sono nutrito comunque di prodotti fermentati, tipo i formaggi, fino a poco più di un anno fa.

Ebbene, la dieta che ho intrapreso mi soddisfa al 100% e non rimpiango nulla dei cibi che ho eliminato, soprattutto alla luce dei vantaggi spettacolari che ho potuto conseguire in termini di energia, benessere, forma fisica e scomparsa di diversi problemi e dolori fisici. Ma, a maggior ragione, dopo essere venuto recentemente a conoscenza delle notizie che sto per riportare, mi considero davvero fortunato per avere intrapreso questa scelta alimentare. È diventato ormai uso comune consumare sostanze fermentate o altrimenti decomposte derivate dai cereali (superalcolici, birra), dal latte (formaggi), dalla frutta (vino e certi tipi di aceto), dai legumi (in particolare dai fagioli di soia, ad esempio tamari, shoyu, miso e tempeh, o carne di soia) e dalle carni (salami, salsicce). Vediamo cosa accade ai macronutrienti presenti in tali cibi, una volta fermentati per opera di funghi e batteri. I carboidrati fermentati producono alcol, acido acetico (aceto), acido lattico, metano e anidride carbonica. Le proteine decomposte vanno in putrefazione dando luogo, come prodotti terminali, a molteplici sostanze tossiche (tra cui ammoniaca, cadaverina, putrescina, metano, ecc.). I grassi decomposti diventano rancidi e disgustosi. Ad esempio il formaggio, che si ottiene facendo putrefare la caseina del latte, rappresenta tutti e tre i tipi di decomposizione in un unico

cibo: proteine putrefatte, carboidrati fermentati e grassi irranciditi. Che cosa potranno produrre tutti questi veleni una volta che entrano nel nostro organismo? Disturbi, malattie e debilitazione sono solo una risposta molto parziale; tumori e cancro sono spesso la realtà. Poiché l’uomo in natura non potrebbe mai consumare prodotti decomposti, senza attrezzature e container adeguati, essi si possono catalogare come innaturali e sicuramente non inclusi tra i cibi destinati alla nostra specie.

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LATTE

Una cosa è certa: nessun altro animale in natura beve il latte di un’altra specie, e già questo dovrebbe far riflettere. Gli animali sanno istintivamente che il latte della loro madre è il cibo ideale per supportarli durante la loro crescita, con il perfetto mix di sostanze nutritive.

Come si avrà modo di leggere successivamente, se smettessimo di ingerire latte e derivati la maggior parte di noi guarirebbe da malanni e patologie anche gravi in breve tempo. Ecco, di seguito, alcuni passi interessanti tratti dal best-seller americano “Fit for life”, di Harvey e Marilyn Diamond: “Gli enzimi necessari per digerire il latte sono la renina e la lattasi. Entrambi scompaiono nella maggioranza degli umani all’età di tre anni. C’è un elemento in tutti i tipi di latte, conosciuto come caseina. La caseina presente nel latte di mucca è trecento volte superiore a quella che si trova nel latte umano. La ragione è che si devono sviluppare ossa enormi. La caseina coagula nello stomaco e forma grossi grumi, duri, densi e difficili da digerire, che sono adatti per l’apparato digestivo di una mucca, fornito di quattro stomaci. Una volta all’interno del sistema umano, questa massa, spessa, bagnata e appiccicosa, pone un tremendo fardello sull’organismo che deve, in qualche modo, sbarazzarsene. In altre parole, un’immensa quantità di energia deve essere spesa per sistemare questo problema. Sfortunatamente, parte di questa sostanza appiccicosa si indurisce e aderisce al rivestimento dell’intestino e impedisce l’assorbimento dei nutrienti nel corpo. Risultato: letargia. Inoltre, i sottoprodotti della digestione del latte lasciano una gran quantità di muco tossico nel corpo. Esso è molto acidificante e parte di questo viene immagazzinato nel corpo fino a che il corpo stesso potrà sbarazzarsene, più avanti nel tempo. La prossima volta che stai per spolverare casa tua, prova a versare della colla sopra ogni cosa e poi guarda quanto è facile pulire. I prodotti caseari producono lo stesso effetto all’interno del tuo organismo. Questo si traduce in un aumento di peso corporeo, invece che in una perdita. La caseina, a proposito, è la base di una delle più forti colle usate in falegnameria.”

Diamond prosegue avvertendo che la pratica assai diffusa di somministrare antibiotici al bestiame per velocizzarne la crescita crea batteri potenzialmente mortali che possono infettare gli umani.

E, ancora, riporta che il muco che si forma riveste tutte le mucose, cosicché la traspirazione di tutto diventa estremamente lenta e stagnante e l’energia vitale viene ad essere dissipata. “Avete mai parlato a persone che più o meno ogni dieci parole emettono una sorta di suono gutturale mentre cercano di liberare muco da dietro il loro naso? … La prossima volta che incontrate una persona del genere, indagate sulla quantità di prodotti caseari che essa consuma. Le probabilità che tale persona risponda ‘raramente’ o ‘mai’ sono molto scarse.” (4)

SEMI OLEOSI E ALTRI CIBI VEGETALI GRASSI

Per quanto riguarda i semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, noci del Brasile, pistacchi, anacardi, semi di lino, di girasole, di sesamo, di zucca, ecc.) vale sempre il discorso per cui solo mangiandoli allo stato crudo possiamo ricavarne il massimo beneficio, in quanto i grassi e le proteine, contenute in eccesso in questi cibi, se riscaldati diventano cancerogeni. Il problema è che noci e semi non vengono in realtà quasi mai consumati crudi, perché per evitare che ammuffiscano vengono disidratati al forno a “basse” temperature spesso per giorni, in modo che si possano conservare a lungo. Si tratta comunque di cibi che, sia crudi che disidratati o riscaldati, sono difficilmente digeribili per il loro altissimo contenuto di grassi, e che possono rimanere nell’intestino tenue per ore prima che la vescicola biliare secerna la bile con cui emulsionarli (scomporli).

Diverso è il discorso per i frutti grassi, come l’avocado e le olive, per esempio, che quando sono maturi sono ricchi in grassi facilmente digeribili, mentre la polpa del cocco lo è quando si trova nel suo stato gelatinoso, ma quando è matura e indurita è quasi impossibile da digerire. Foglie verdi e altri vegetali, se freschi e crudi contengono una modesta percentuale di acidi grassi utilizzabili, mentre le crocifere (cavoli, broccoli, barbabietole, ecc.) contengono composti sulfurei indesiderabili.

E quindi i grassi non rientrano tra i cibi della nostra specie se non, occasionalmente e come complemento, una manciata di noci o altri semi oleosi, oppure un po’ di olive, o un po’ di avocado (non più di mezzo al giorno se non si consumano altri grassi), come complemento. In realtà il nostro cibo elettivo è rappresentato dai carboidrati semplici.

SIAMO ONNIVORI?

“Attualmente sì!”, è la risposta, a cui segue la domanda: “Ma lo saremmo anche, alla luce di quanto asserito finora, se ci trovassimo in natura, senza forni e fornelli, attrezzi vari, frigoriferi e container, tecnologia, condimenti, eccitanti del gusto, spezie e aromi, che camuffano la natura effettiva dei cibi?” Oppure dovremmo forse accontentarci di mangiare i cibi di stagione, allo stato crudo, in base a quanto essi allettano i nostri sensi (vista, olfatto e gusto)? Allora ci ritroveremmo ben presto a perdere la nostra “natura onnivora” (insieme a chissà quali e quante malattie degenerative dovute agli errori alimentari) e ci riscopriremmo a gustare sempre più… la dolce, succosa, fresca e matura frutta! È vero, si potrebbe obiettare, che vivere “in natura”, come spesso citato nel presente testo, potrebbe voler dire soffrire la fame durante l’inverno e i mesi freddi, per penuria di cibo, oppure ritrovarsi a morire di fame perché magari il maltempo o altre cause naturali hanno distrutto i raccolti, oppure perché si vive in aree geografiche dove la natura è scarsa di cibo.

È vero che anche gli animali si possono ritrovare a patire la fame, che alcuni muoiono, che altri vanno in letargo, che alcuni attaccano addirittura l’uomo, nella disperata ricerca di cibo. È tutto vero. Quindi colgo l’occasione per specificare che, in questo caso, non si tratta di voler asserire una teoria forzandone la correttezza a tutti i costi. Diciamo che innumerevoli sono comunque, da sempre, gli ostacoli che si frappongono tra noi (e, più in generale, tutti gli animali) e la nostra/loro sopravvivenza. E diciamo anche che l’uomo, essendo il più intelligente tra le varie creature, è quello che si è garantito, almeno teoricamente, le maggiori probabilità di sopravvivenza. Ma, come ribadisco, solo teoricamente. Perché se è vero che è riuscito a sopravvivere in condizioni proibitive nel corso della sua storia, grazie alla coltivazione dei cereali e all’immagazzinamento di varie forme di cibo, è anche vero che le statistiche attuali parlano chiaro: l’alimentazione standard dell’uomo occidentale lo sta decimando con malattie, invecchiamento e morti premature. Così, quando mi riferisco agli animali, o all’uomo, “in natura”, il senso di tale affermazione dovrebbe essere interpretato come la condizione ideale in cui l’uomo possa cibarsi di ciò che la natura ha predisposto originariamente come suo cibo ideale, quando, all’alba della nascita della nostra specie, egli abitava nelle zone tropicali o subtropicali, ricche di vegetazione, frutta, germogli, foglie e semi.

Ecco, allora, che parlare di alimentazione ideale significa cercare di capire che il nostro sistema digerente non è cambiato e che quindi non è predisposto a digerire indenne cibi che, seppure gli hanno garantito la sopravvivenza in condizioni di emergenza, non lo hanno fatto, e non lo fanno, senza averlo penalizzato gravemente. E così, come tutti gli animali che vivono in prossimità dell’uomo possono essere facilmente indotti ad assumere alimenti non consoni alla loro specie, ma graditi al loro palato, che causeranno però patologie più o meno gravi anche ad essi, lo stesso destino non viene evitato alla nostra specie.

Mi viene in mente, a tale proposito, come durante un viaggio compiuto anni fa in Egitto, venisse raccomandato a tutti i turisti di non dare pane da mangiare ai pesci del Mar Rosso. Questo perché essi lo avrebbero mangiato con gusto… fino a morirne! “L’occasione fa l’uomo ladro!”, recita il proverbio. Parlando di alimentazione, l’occasione e la necessità inducono l’uomo, e i vari animali, a nutrirsi dei cibi sbagliati, fino a morirne!

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SIAMO FRUGIVORI?

Sì, siamo frugivori! (Sono frugivori gli animali che si nutrono principalmente di frutta, con l’aggiunta di tenere foglie verdi, inclusi anche i frutti non dolci come pomodori, cetrioli, peperoni, zucchine,

zucche, ecc., e i semi oleosi.) Questa la risposta su cui concordano i diversi autori igienisti a cui mi sono riferito per l’elaborazione di questo libro. O, almeno, frugivori saremmo se ci trovassimo in natura con le sole nostre forze, così come i nostri predecessori ancestrali si trovarono nella notte dei tempi.

E questo a sottolineare che, teorie nutrizionistiche e mode alimentari a parte, questo fu con tutta probabilità il cibo grazie al quale la nostra specie si è evoluta durante tutta la sua storia, fino a prima dell’invenzione del fuoco e, successivamente, alla comparsa dell’agricoltura e dell’allevamento.

Infatti, prima dell’invenzione del fuoco, quando l’uomo era costretto a sopravvivere nutrendosi esclusivamente di quello che trovava, si cibava prevalentemente di frutta e verdura allo stato naturale, quindi fresca, cruda e matura. L’uomo si cibava cioè di quello di cui ancora oggi si alimentano gli animali più simili a lui da un punto di vista anatomico, fisiologico, ematologico e intellettivo e che, insieme all’uomo stesso, fanno parte dell’ordine dei “Primati”, superfamiglia “Ominoidi”, vale a dire le scimmie antropomorfe (dal greco: ànthropos, “uomo” e morphè, “forma”) rappresentate da orango, scimpanzé, gorilla e gibboni. Esse si nutrono principalmente di frutti, vegetali e semi ((solo alcune di esse mangiano insetti, piccoli vertebrati o, in alcune occasioni, anche carne, ma in percentuale minima e come cibo di emergenza) e non conoscono le malattie degenerative dell’uomo.

Questo, dunque, è il cibo espressamente ideato da Madre Natura per noi, con il quale sopravvivere e prosperare. Certo, come ripeto, possiamo arrangiarci a mangiare qualsiasi cosa, è nella natura animale la capacità di adattarsi per sopravvivere, ma a quale prezzo?

Se davvero ci fossimo adattati ad essere onnivori (intendendo qui, per “adattamento”, il cambiamento delle nostre caratteristiche anatomiche e funzionali per adeguarsi a nuove condizioni di vita richieste dall’ambiente), allora anche i nostri organi, nel corso di tutto questo tempo, avrebbero dovuto modificarsi, per lo meno per agevolare la digestione.

Quindi il nostro intestino dovrebbe essere molto corto per ridurre i tempi di transito della carne, come avviene nei carnivori, ma è rimasto lungo. E la nostra secrezione gastrica dovrebbe essere estremamene più acida, per meglio digerire i cibi carnei, ma è rimasta uguale, così come continuiamo ad avere un solo stomaco e non quattro, come gli erbivori e non ci è ancora spuntato alcun gozzo per predigerire i semi, come gli uccelli, segno che i cereali non sono adatti a noi. Nulla sembra essere cambiato né a livello anatomico, né fisiologico, né chimico, né psicologico e noi continuiamo a differire, come abbiamo visto, dagli animali delle altre specie. L’unica cosa che è cambiata è che siamo una razza sempre più debole e sempre più ammalata, segno di una degenerazione progressiva e anche se l’età media è aumentata, lo è per le migliori condizioni igieniche e qualità di vita, per il progresso della medicina, ecc., ma se ci guardiamo intorno ad osservare tutte le malattie di cui soffrono le persone da una certa età in poi, soprattutto le ultime generazioni, dovremmo prendere coscienza che qualcosa non va. Ebbene un conto è sopravvivere, un altro conto, completamente diverso, è fiorire, prosperare, vivere al pieno delle proprie possibilità, senza malattie, col massimo dell’energia. Sì, è vero che anche fumando, bevendo alcolici, assumendo droghe, prendendo medicinali, facendo uso di tutte le sostanze stimolanti per arrivare alla fine della giornata (caffè, cioccolato, carne, bevande eccitanti, alcol, ecc.), si può sopravvivere, ma non vivere al meglio, come è nostro diritto.

Ma torniamo al nostro cibo elettivo: ebbene la frutta è, fra tutti i cibi, quello che più si approssima a soddisfare tutte le nostre necessità, così come la carne lo è per i carnivori. Quando la frutta è matura, grazie ai propri enzimi, converte i propri carboidrati in glucosio e fruttosio, zuccheri semplici che possiamo usare senza ulteriore digestione; le sue proteine vengono convertite in aminoacidi e i suoi grassi in acidi grassi e glicerolo. E così tutto quello che ci resta da fare è… gustarne la bontà!

Per quanto riguarda la verdura, la ragione per cui è meglio nutrirsi di quella a foglie (lattuga, radicchio, scarola, rucola, spinaci, ecc.) e non di crocifere (broccoli, cavoli, barbabietole, ecc.), né tantomeno di quella più fibrosa (carote, finocchi, ecc.) è che mentre la prima contiene fibra solubile, come quella presente nella frutta, le altre contengono cellulosa e altre fibre difficilmente digeribili o del tutto indigeribili. E queste ultime sono talmente dure da graffiare la nostra mucosa digestiva quando passano per essere eliminate, anche se in minor misura di quanto avvenga per le fibre dei cereali.

Dal libro “DEA” di Marco Urbisci. 

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1 COMMENTO

  1. Me gusto mucho este articulo . Por su neutralidad al referirse a los diferentes tipos de alimentacion .

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